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Controvento, sul cammino di Santiago a ruote libere per rinascere (e tornare)

Santiago handbike

Pietro Scidurlo ha una storia che parla di lui, e per lui. Trentaquattro anni, paraplegico, è uno che negli schemi non ci sa stare, e non ci vuole stare. Da un percorso personale fatto di rabbia, difficoltà di accettazione della propria condizione, ma anche sfida, è nata una rinascita che oggi ci facciamo raccontare. Nell’estate scorsa Pietro porta a compimento un cammino che per chiunque è una sfida impegnativa e sudatissima: il Cammino di Santiago di Compostela. E per Pietro non sono le gambe a percorrerlo, ma le braccia, quelle con le quali manda avanti la sua handbike, il mezzo che lo porta a macinare 973 km in un percorso che più che un punto di arrivo, è l’emblema della vita.
Abbiamo fatto due chiacchiere con lui, che ci racconta il SUO Cammino di Santiago.

Pietro, quella del Cammino di Santiago è una bella sfida, per chiunque. C’è chi lo intraprende per motivi religiosi, chi con motivazioni di tipo personale. Nel tuo caso, quale è stata la molla che ti ha portato a iniziare il viaggio? E perché proprio il Cammino di Santiago?
Venivo da un periodo molto difficile, la mia vita è sempre stata in salita e per lo più ad ostacoli; e uno di questi fu l’ennesimo intervento subito. Per quanto non si possa pensare, stare in ospedale mesi ti porta a perder contatto con quella realtà che magari piano piano ti eri costruito. Una mattina come tante mia sorella Chiara viene a trovarmi e mi porta un libro: “Il Cammino di Santiago” di P. Coelho…  Non ero un gran lettore ma lessi quel libro…e mentre lo facevo mi rendevo conto che qualcosa dentro di me stava cambiando. Una frase mi colpì molto: “Le persone giungono nei luoghi nel momento preciso in cui sono attese”. Probabilmente quel libro attendeva me, o ero io ad attendere lui proprio in quel momento.
Finito di leggerlo mi son detto: “Probabilmente è l’ennesimo tentativo buttato via per cambiare la mia vita, o forse no! Magari non servirà, però io da oggi lavoro per me, per mettermi in condizioni fisiche e psicologiche per percorrere il Cammino di Santiago”.

Anche fisicamente è un’impresa che comporta un grande allenamento e sforzo. Come ti sei preparato per il cammino? Chi ti ha seguito e accompagnato in questa avventura?
Prima di partire per il Cammino sapevo che dovevo “mettere sulle spalle” almeno la metà dei km che mi accingevo a percorrere. In realtà mi allenai per quasi il doppio. Non son mai stato uno sportivo e assieme a degli amici pianificai un allenamento molto intenso: 3 mesi di palestra, 2 mesi di Crank-cycle e nei week end uscivo in bicicletta con Jhonny, un caro amico. Col senno di poi credo che la vera differenza sia stata nel frequentare un corso di Cranking.
All’inizio dovevo partire con due persone che però all’ultimo non se la sono sentita. Così la mia famiglia, punto nevralgico dei miei valori, ancora una volta senza batter ciglio mi è stata accanto. Mio padre e mia madre mi hanno detto: “Non preoccuparti, partiamo noi con te!”. E cosi…con Yari Zardini, un caro amico di origini galiziane,  mamma e papà siamo partiti. Noi ragazzi pedalavamo e mamma, con la nostra jeep, ci seguiva per il supporto. E’ stato un team eccezionale…il vissuto ce lo portiamo tutt’oggi nei nostri cuori e me ne accorgo tutte le volte che parliamo del Cammino e guardo negli occhi loro.

SantiagoIl Cammino è anche e soprattutto incontri. Lungo i 973 Km si incontrano molti pellegrini, coi quali ci si scambia solo un saluto o si intrecciano amicizie. Chi hai incontrato lungo il tuo cammino?
Lungo il cammino son tanti gli aneddoti che ti investono, tanti gli incontri che mai scorderai.
E mai scorderò Pino: aveva passato una vita a parlare sempre troppo. Ora percorreva il cammino comunicando con dei biglietti: non avrebbe proferito parola sino alla Cattedrale di Santiago de Compostela. E quando io lo incontrai sotto la Cruz de Hierro, fu con dei biglietti che facemmo amicizia e percorremmo poi parte di quella tappa.
Incontrai poi tantissimi altri pellegrini, tra cui Hans: un signore sulla settantina che aveva avuto tutto dalla vita: percorreva il Cammino sino alle spoglie di San Giacomo per ringraziarlo.
Incontrai Pedro, ma vedendo sul suo manubrio la foto di un bambino piccolo…forse il figlio…non gli chiesi mai nulla. I nostri occhi comunicavano con le emozioni. Ancora oggi mi commuovo pensando a lui.
Incontrai Padre Ignazio in un convento Francescano che mi donò molto di più del suo rosario (che ancora oggi porto al collo); mi raccontò una storia, la sua…e mi disse che mi stava attendendo. Fu la prima volta che piansi sul cammino.
E alla fine, sulla strada del ritorno forse l’incontro più atteso: durante il cammino vedevo le persone aiutare me; mi chiedevo quando sarebbe giunto il mio turno, se mai sarebbe giunta la mia occasione per aiutare gli altri. Ebbene, dopo Santiago e poi Finisterre, proprio quando meno me lo aspettavo…sulla via del ritorno…fermandomi a Moratinos conobbi un pellegrino francese sordo. Quando fummo a tavola, vedendo che parlavo fluente Francese e un poco di Spagnolo mi chiese se lo aiutavo ad interagire con gli altri pellegrini. E fu così che per la prima volta riuscii ad aiutare un altro pellegrino. Fu molto emozionante per me.

In che modo, se è successo, questa esperienza ti ha cambiato? La consiglieresti? Se sì, perché?
“Ero in cerca di qualcosa e non sapevo cosa. E prima che potessi trovarla…lei trovò me!” Queste le parole con cui ho sempre descritto il mio salto nel vuoto, il mio cambiamento. Non ricordo molto di quel giorno, se non che mi accingevo ad affrontare l’Alto do Cebreiro, una delle vette più difficili del cammino. Avrei dovuto salire oltre i 1300m e quella mattina un forte dolore alla spalla mi fece fermare. Mi spalmai dell’arnica e ripresi a pedalare. Faceva freddo, le nuvole piano piano sembravano volerci inghiottire ma io, come tutti gli altri giorni, non pensavo altro che a capire cosa mi avesse donato quel giorno il mio Cammino. E prima che me ne rendessi conto, lungo l’ennesima salita cominciai a piangere. Pedalavo e piangevo e sentivo il mio cuore chiedere scusa. Tutto il veleno che avevo dentro sembrava come evaporare. Non capivo, ma pedalavo e piangevo allo stesso tempo sotto gli occhiali neri.

Santiago mareQuando parlo alle persone del Cammino, del mio Cammino dico sempre che è una cosa da fare, da rifare e da consigliare di fare. Quindi certo che sì, lo consiglio ai ragazzi che magari si approcciano alla vita da un punto di vista nuovo. Io sono un ragazzo normalissimo e tramite FreeWheels un giorno vorrei poter vedere tanti Pietro Scidurlo, tanti ragazzi che trovano il coraggio di agire e reagire. “DARE TO ACT!” dico sempre. Abbiate il coraggio di agire e reagire, fate il primo passo…solo così vi renderete conto di quanto sarebbe stato pauroso rimanere fermi. Solo così potrete superare le vostre paure. E’ questo quello che mi ha insegnato il Cammino. Ma in realtà è un messaggio che vorrei colpisse trasversalmente tutte le persone.

Questo tuo percorso, del tutto individuale, ti ha portato anche a proiettare verso l’esterno l’entusiasmo e la voglia di andare oltre le barriere. Mi riferisco all’associazioni Free Wheels, che tu stesso hai fondato.
FreeWheels Onlus è un’associazione che si propone di incentivare lo sviluppo dell’indipendenza fisica e sociale di persone con disabilità. Vorremmo fare in modo che tanti ragazzi disabili che pensano che la loro vita finisca su un divano, provassero a fare il primo passo. Ad agire e reagire. Io per primo, non ho la forza e quella costanza fisica e mentale da aspirare a competizioni internazionali. Quindi, forte del mio percorso di vita, e poi del Cammino, mi son detto: “Ma se l’ho fatto io…dal basso della mia semplicità, umiltà e anonimato, magari raccontandolo a tutti, posso permettere ad altri di trovare quella forza in loro stessi per cambiare la loro vita. E magari questa cosa come ha aiutato me…può aiutare anche loro.

So che hai intenzione di bissare l’impresa. In quanto seconda volta, sarà diversa come esperienza. Lo sarà anche dal punto di vista pratico? A quando la partenza?
Sì ho intenzione di rifare il cammino; ogni anno se mi sarà possibile proverò ad incamminarmi. Ai primi di Giugno, io e un altro ragazzo, di nome Federico, dovremmo partire di nuovo in handbike. Partire nuovamente sarà l’ennesima occasione per raccogliere quelle informazioni turistiche sull’accessibilità di altri alberghi del pellegrino e privati, col fine di raccogliere materiale per il mio tanto rincorso sogno di una guida vista attraverso i miei occhi di persona con disabilità.
Siamo, sì, alle soglie della partenza ma ancora abbiamo alcune difficoltà da superare. Una tra tutte è un mezzo di supporto, come può essere un pulmino: abbiamo contattato tante aziende ma ancora una risposta certa non c’è, speriamo arrivi presto. Un secondo accompagnatore che guidi il pulmino di supporto, un’ottima opportunità per vivere il cammino in modo differente, avvicinandosi alla nostra realtà e al nostro punto di vista. E magari qualche sponsor per le coprire le spese. Per chiunque voglia aiutarci in questo, potete scriverci a pietro.scidurlo@gmail.com o info@freewheels.it o chiamare al 340-3914360 dopo le 14:00.

Buen Camino, Pietro!

Per info:
www.freewheels.it

Fonte:
www.disabili.com - Francesca Martin

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